--uno
Era una mattina numero 16. non tanto diversa dal giorno prima. Ma 16. Precisamente. Non c’era verso che il meteo sforasse. Ogni mattina era un numero. Ogni singolo momento atmosferico decifrava quel numero, lo selezionava. C’era l’1 per il sole, il 2 per il sole più il vento, il 3 per il sole più il vento più il freddo, e così via, fino ad occupare un segmento definitorio nell’infinito panorama numerologico. Era un metodo. Quotidiano.
Il numero c’era per tutto, e in ogni ambito si iniziava a 1. quarantuno era la Chrysler parcheggiata, settecentodue la signora della biblioteca, ventiquattro la storia contemporanea. C’era un ambito e c’era un numero. Una cosa facile.
Anche Sanzio, che le cifre le dava, era a cifre. Faceva esattamente parta dei riparatori di videocamere, sotto il metro e settanta, castani. Era il numero 2; prima di lui, forse per riguardo, solo il capo.
Quella mattina, numero 16, Sanzio usciva di casa, senza civico. Usciva per andare al laboratorio, asciugare la solita macchia d’acqua della solita vicina inopportuna. Andava e numerava.
Il laboratorio era sempre uguale a sempre: tavoli e sopra videocamere. Ovunque. Non uno spazio per evadere, neanche una tv, niente. L’unica distrazione era una rivista, o un giornale, o una raccolta. Qualsiasi cosa fatta di carta che il portiere del pomeriggio lasciava per tamponare la macchia d’acqua che proveniva dal soffitto. Ogni mattina. Il resto era tecnologia.
E in effetti la giornata si cadenzava con semplicità ripetitiva e microscopica: il corriere alle 9 viti colle minuscoli attrezzi giapponesi, il pranzo alle 12 poi viti colle attrezzi di nuovo fino alle 15. Prima, residuo d’ogni notte, c’era solo una macchia, umida e simmetrica, che Sanzio asciugava ogni volta con lo stesso numero di pagina. 18. Ogni mattina, nel laboratorio delle telecamere in riparazione una pagina 18 di un’edizione qualsiasi soffocava le fastidiose molecole d’acqua che venivano dalla vicina di sopra. La stessa.
Era successo però qualcosa, in quella mattina. Qualcosa non funzionava. Una pagina 18 in una mattina 16 doveva ortogonalmente adagiarsi sopra la costante di una macchia che ormai popolava quel luogo in un modulo di tempo esteso. Il sistema sembrava corrispondere ai suoi presupposti, era difficile confondere il temperamento di un meccanico di camere registranti che a condurre la sua vita aveva messo delle piccole, allusive linee spezzate e curve, i numeri. Un errore non poteva essere: il procedimento aveva risolto tutta l’antologia algoritmica prospettata. Al risultato Sanzio era giunto, e gli strumenti di manovra, pure corporei, sembravano ben corrispondere agli input espressi. C’era qualcosa di più grosso che non andava, e la sgradevole sensazione cresceva mano a mano che i minuti passavano tra lo sguardo marmoreo del metodico riparatore e il foglio di carta traslucido che rifletteva una informazione ancora codificata.
C’era il suo nome lì. Ecco cos’era.
In una mattina 16 Sanzio vinceva un concorso di cortometraggi. Lo vinceva in un paesino mezzo sperduto in una campagna dimenticata di una provincia vecchia, una di quelle che ci metti ore per arrivare sull’autostrada e che quando ci torni tutto è sempre uguale, se prima non c’è capitato un terremoto. La cerimonia per la consegna del primo premio, il suo, sarebbe avvenuta quel giorno stesso. Singolare puntualità per un concorso al quale Sanzio non aveva mai partecipato.
Sanzio non era certo uno di quelli che dal lavoro si erano fatti permeare: non c’era niente di meglio che gli offrissero in giro, così si era messo a smanazzare con quelle cattura-immagini-in-movimento che qualche soldo lo portavano. Aveva fatto un corso, lo aveva terminato, poi aveva impiegato la sua perizia in un laboratorio di città. Nessun ardore, niente che somigliasse a una vocazione o che ispirasse a vivere una vita. Un lavoro. Anzi a dirla tutta le videocamere le aveva sempre e solo riparate, mai utilizzate. Il vero movente alla sua esistenza, piuttosto, era l’approccio metodologico che dava a ciascuna cosa.
Per questo si trattava di andare in quel paesino e chiarire analiticamente la questione. Sanzio non si sarebbe concesso alla contraddizione intellettuale di rientrare sotto la descrizione di un numero ordinale senza prima aver interferito nel sistema cardinale. Non poteva essere dichiarato il primo nell’ambito dei cortometraggisti-partecipanti senza avere precedentemente occupato un numero in quello stesso ambito. Non poteva aver vinto senza aver partecipato. Non tornava. Doveva andare. Convogliarsi in un treno e arrivare a spiegare.
-- due
“Vedrà che in due ore sta là” aveva gratuitamente aggiunto la signora della biglietteria, dopo che Sanzio ebbe pagato la prenotazione del posto 45 nella quinta carrozza di seconda classe.
E in due ore fu là.
Ad attenderlo non c’era nessuno. Non che s’aspettasse un rito tradizionale di benvenuto, uno di quelli turistici, coi fiori e i vestiti e la gente del luogo tutta contenta che sembra rimasta a cento anni fa però con l’orologio al polso e le scarpe di pneumatico. Nessuno poteva sapere che sarebbe arrivato con quel trno, nessuno poteva aver organizzato un podio, un microfono, uno sfondo azzurrino con nome del concorso e qualche misero sponsor. Ma quei pochi che aspettavano, dritti di fronte a proprio binario, sembravano accorgersi di chi fosse sceso, parevano riconoscere la figura di un personaggio noto a tutti, arrivato per l’occasione, che attentamente fissavano, come fosse bizzarro.
Fu il tipo che puliva per terra col cartellino al petto a rivolgergli per primo la parola: “buongiorno, la aspettavamo, il suo film è bellissimo, mia figlia l’ha visto ha detto che è bellissimo, scusa ma questo lo sa è un paese piccolo, non c’è bisogno della macchina, hanno detto a me di indicarle la strada, venga di qua, ecco lo vede quel portone in fondo alla via, lì troverà tutti”.
A quel punto sembrò a Sanzio che qualcosa si interrompesse, all’istante, come una sinapsi inceppata. Quel tipo non evocava alcun numero, nessun ambito, così la stazione, il treno, la gente in attesa. Nessun riferimento cifro logico. C’erano 300 metri da lì al portone. 300. Ma niente sembrava più indefinito. Neanche si chiese come il signore del cartellino potesse conoscerlo. L’ambiente intorno cominciò a farsi vago e il vago, per Sanzio, era inquieto.
Subito cercò di raggiungere il portone che si vedeva e accelerando il passo in modo sgradevole avvertì quel fastidioso formicolìo alle gambe che si sente la mattina quando fa freddo e si cammina svelti per ridurre il ritardo fino al concesso.
Nel tragitto Sanzio cominciò a vedere la sua immagine ritratta nei cartelli che si affacciavano sulla strada, ma non riusciva neanche a contarli. Mano a mano che procedeva verso il portone si sentiva stretto, sempre più stretto dalla innumerevole realtà che lo circondava, irrisolta.
La stradina d’un momento si riempì, e lo spazio fu reso saturo da coloro che gli chiedevano del film, che volevano complimentarsi, che cercavano di farsi porgere la mano per stringere il connaturato strumento di un maestro, che si compiacevano di trovarlo così bene. Alcuni gli gridavano di portare i saluti agli attori, un gruppo vicino a un lampione foderato di pubblicità strappate provava a farsi scritturare, strattonandolo per i prossimi provini, altri lo prendevano sotto braccio cercando di trascinarlo disordinatamente in un senso contrario a quello che aveva intrapreso.
In un solo istante si era infittita la rete di persone che tutt’intorno a Sanzio si erano schierate, creando un vortice asfittico, senza alcuna quantificazione numerica, senza verso, senza qualità. Fece giusto in tempo a cunicolari nel portone, privo di fiato, scampato da quella gente che aveva cercato di celebrarlo, stordendolo.
Dietro al portone c’era un corridoio e una sola stanza, bianca e vuota, che si allargava in fondo. Un filo di luce che entrava dal lato si spalmava sulla parete a destra, e una immagine blu, fissa, sostava lungo il terminale, di fronte alla porta. Oltre al silenzio a sentirsi era solo il ronzìo di un proiettore cauto. Per terra, appena entrato nella stanza, Sanzio intercettò un telecomando finissimo. Lo afferrò, si sedette con la schiena appoggiata al muro, ritirò le gambe verso di sé, raccogliendosi le ginocchia al petto, e spinse play.
--tre
Era una mattina numero 16. Identica al giorno prima, in punto di meteo. Solo in certe stagioni dell’anno poteva capitare una teoria di due o tre mattine di identico numero. A quattro consecutive, per quanto Sanzio ne sapesse, non s’era mai arrivati.
Nonostante fosse tornato in città intorno alle cinque del mattino, alle 9, puntuale, lo aspettavano in laboratorio perché potesse riprendere a riparare videocamere.
Durante il viaggio di ritorno non era rimasto solo un attimo: non era la prima volta che un incaricato dell’ospedale dove Sanzio era in cura fosse spedito a recuperarlo in una cittadina là intorno.
A chiamare l’ospedale era stato il presidente del concorso di cortometraggi, che ancora il premio doveva assegnarlo, dopo aver trovato Sanzio accasciato nella stanza delle proiezioni ancora in allestimento e l’indicazione della clinica psichiatrica in un porta tessere scucito.
Era stata la clinica ad assegnarlo al corso per riparatori di attrezzature tecniche di ripresa, e la clinica gli aveva trovato un posto in un laboratorio vicino casa.
Ogni mattina, prima di alzarsi dal letto e cominciare la giornata, Sanzio doveva inghiottire tre pillole per essere sicuro di mantenere regolari le sue percezioni sensoriali. Poi la giornata sarebbe trascorsa al massimo della tranquillità prospettabile, incorniciata di centinaia di numeri, e serena. Capitava però – e capitava di solito nelle mattine tristemente nuvolose, miti e dal vento immobile, a cui era affidato il numero 16 – che Sanzio dimenticasse, per scelta, le sue pillole, come era successo il giorno prima.
Quelle volte la solita macchia d’acqua della solita vicina inopportuna diventava trofeo, un concorso bandito era la chance di un viaggio, e i numeri, successo di una mente patita, tornavano linee, apparenti, disuse.
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