DALLA TESTA IN SU
MANOVRE NEL MONDO
LE ALI DI PINDARO
 

La madre di tutte le disgrazie

 

Noi che viviamo tanto distanti, con l’Oceano Atlantico in mezzo, abbiamo un tema tabù. Sappiamo (e ci inorridisce saperlo), che prima o poi dovremo partire urgentemente, viaggiare dodici ore in aereo con gli occhi angosciati, per assistere al funerale di uno dei nostri genitori, che è morto lontano da noi. È un evento orribile che presto o tardi capita, per legge naturale. Non è un’eventualità, è una verità tragica che sta in agguato ogni volta che squilla il telefono all’alba. Bene. Il mio telefono ha squillato.

 

-         Devi venire- disse mia madre, con la voce soffocata dal dolore, giovedì mattina.

-         Che succede?

-         Papà sta per morire…

-         Sei sicura?- domandai senza che fosse necessario.

-         Ti sto dicendo che sta per morire- si offese-. Lui  ancora non lo sa.

-         Non glielo dire- consigliai-, non fare come al solito.

-         Non so che fare, Hernàn- mi disse piangendo-, devi venire.

-         Hai visto come morirà, e quando?

-         Incidente stradale, venerdi mattina- mi disse con precisione millimetrica, e ripetè- Devi venire.

 

Chiusi la conversazione con un nodo alla gola.

 

 

II.

 

La cosa più complicata fu spiegare a Cristina che veramente dovevamo partire per Buenos Aires. Le avevo parlato molte volte dei presagi di Chichita, ma senza enfasi. Durante questi sette anni in Spagna le avevo raccontato aneddoti della mia infanzia e gioventù nei quali mia madre aveva una chiaroveggenza precisa e presentimenti puntuali, ma l’ho sempre fatto sminuendone l’importanza, non ho mai detto tutta la verità.

 

Il fatto è che la verità mi mette in imbarazzo. Chi non è nato in una famiglia segnata dalle premonizioni non sa, non può sapere, quanto soffre il figlio di una madre con poteri psichici. Fin da bambino ho convissuto con l’esoterico, senza desiderarlo affatto. Così come gli altri bambini si rendono conto di essere nati in una famiglia di falegnami, o di intellettuali, o anche da ciechi, io mi resi conto molto presto che mia madre poteva prevedere il futuro. Non mi è mai parso niente dell’altro mondo.

 

Al contrario. Quando iniziai a frequentare i miei compagni di scuola, a entrare in altre case e conoscere le altre madri, mi ha sempre colpito che la maggior parte delle signore non aveva neanche un pizzico di percezione extrasensoriale. Le altre mamme aspettavano con ansia la pagella dei loro figli. A casa mia no.

 

Una volta, a undici anni, mi svegliai contento per andare a scuola. Quando uscii dalla mia stanza comparve Chichita, e dal niente, mi rivoltò la faccia con uno schiaffio.

 

-         Tre settimane senza televisione!- mi disse arrabbiatissima- E vediamo se studi un po’, mascalzone facciatosta!

 

Due giorni dopo, a scuola, mi consegnarono la pagella, piena di brutti voti. Quando gliela diedi la firmò senza guardarla, non ne aveva bisogno.

 

E così sempre. Tutta la vita. Una volta, con i miei risparmi, mi comprai un cucciolo di foxterrier, bellissimo, giocherellone, e quando tornai a casa incontrai Chichita che scavava una buca nel cortile:

 

- Si prenderà il cimurro- mi disse triste-. Ti morirà il due maggio. Sbrigati a dargli un nome così gli faccio fare una lapide.

 

A me e a Roberto rovinò, senza volere, tutti i mondiali di calcio. Nel 1986, quasi un mese prima che iniziasse quello del Messico, Chichita andò a Plaza San Martìn, con bandiere e trombette. Nel ’90 invece iniziò a inveire contro la Germania da aprile. E quattro anni dopo, la sera della partita d’inizio, ci disse direttamente:

 

- Maradona sniffa.

 

Per colpa sua non potemmo venire a sapere nulla per tempo. Sapevamo sempre le cose prima di chiunque altro.

 

La cosa peggiore però erano le sue premonizioni personali. Le madri normali sono sempre ostili alle fidanzate dei figli, si sa. E se molte dicono “questa ragazza non mi piace”, o “è troppo vecchia per te”, non vanno mai oltre a questo.  Quando io presentavo una fidanzata a Chichita, lei andava molto più in là:

 

- Attento a quella Claudia- mi disse una volta di una bionda della quale ero innamorato perdutamente-, ha la faccia da zanzara morta ma fra due anni annegherà suo fratello in un secchio d’acqua.

 

La mia gioventù fu un inferno. Seppi di morti, disgrazie, felicità e premi letterari molto prima che accadessero. A quindici anni già sapevo che avrei fatto il servizio militare in aeronautica a Cordoba. A diciassette mia madre mi salvò per un pelo dalla disintossicazione, giusto sei mesi prima che iniziassi a flirtare con la marijuana.

 

Un pomeriggio dell’anno 2000 non ne potei più e decisi di lasciare l’Argentina per sempre. Sognavo di avere una vita normale, senza anticipazioni tragiche. Desideravo una storia d’amore dal finale incerto, un cane o un gatto a cui affezionarmi a scatola chiusa, un mondiale di calcio con semifinale imprevedibile. Non sapevo ancora dove andare, ma volevo stare fuori dalla portata dei vaticini di mia madre.

 

Tornai a casa convinto che la mia vita dovesse prendere una nuova svolta. Già pensavo a quale. Quando entrai nella mia stanza incontrai Chichita, piangente, che metteva le mie cose in una valigia.

 

-         Ti conviene Barcellona- mi disse-, lì ti farai una bella famiglia.

 

Non voglio dire che me ne venni in Spagna solo per questo, ci furono molti altri fattori. Però è anche vero che qui, a dodicimila chilometri, lontano dai suoi vaticini, ho vissuto ogni istante con più tranquillità.

 

Il giorni che vidi, in diretta, come cadevano le Torri Gemelle, senza che nessuno me lo avesse detto prima, piansi di felicità. Che grande gioia è stato, per la prima volta, soffrire una tragedia nello stesso istante di tutto il resto del mondo!

 

III.

 

Mea culpa, lo so. Non avevo mai parlato con franchezza a Cristina dei poteri di mia madre. Le visioni di Chichita erano molto più di quegli aneddoti edulcorati che io tirai fuori, tre o quattro volte, all’inizio della nostra relazione. Ma non volevo che mia moglie mi credesse pazzo, né bugiardo, né, che è peggio, troppo latinoamericano.

 

Mia moglie è europea, e tutte le cose strane che le racconto sulla mia gioventù in Argentina, le classifica in due modi: o mi dice “sei un bugiardo”, o mi dice “questo è realismo magico”. Odio questo pregiudizio. Perché se un asiatico levita è yoga, ma se levita un colombiano è un racconto di Garcìa Marquez? Perché se un indù rinuncia ai risparmi di tutta la sua vita è ascetismo, e se lo fa un argentino si tratta di uno spiantato fregato dal suo governo? C’è molto razzismo culturale in Europa.

 

Una volta raccontai a mia moglie che il direttore di un ente culturale di Mercedes era stato destituito dall’incarico perchè aveva rubato un panetto di burro in un Minimercato. Non mi credette neppure quando le mostrai il ritaglio del giornale locale.

 

-         Tu e i tuoi aneddoti di fantasia mi avete stufato- mi disse.

 

Come potevo confessarle allora che Chichita poteva vedere il futuro con una chiarezza devastante? Come spiegarle che sua suocera era una strega, però non nel senso comune della termine? Qual è il modo corretto di dare una notizia del genere a un europeo di classe media?

 

Però qualcosa dovevo fare. L’orologio correva e io volevo essere lì per il funerale, almeno. Mio padre sarebbe morto venerdi, di incidente stradale. Dovevamo partire. Si o si. E io dovevo dare a mia moglie una spiegazione logica, da primo mondo, per volare con tanta urgenza dall’altra parte del pianeta.

 

Le mie omissioni, i miei imbarazzi, mi avevano messe alle strette.

 

IV.

 

Tornai molte volte sulla faccenda, ma alla fine non trovai il coraggio di essere del tutto sincero. Neanche era conveniente mentire troppo. Decisi di offrire a Cristina una bugia nascosta tra due verità. È una tecnica che chiamo anche sandwich pietoso.

 

-         Che succede? – mi domandò allarmata quando attaccai il telefono- Chi ha chiamato a quest’ora? Perché hai quella faccia?-

 

-         Era Chichita- verità di sopra-. Dice che papà è molto malato- bugia di mezzo-, dobbiamo partire per Buenos Aires- verità di sotto.

 

La notte dello stesso giovedì, comprammo due biglietti per il venerdi mattina. Non potemmo partire prima: bisognava lasciare Nina con i miei suoceri, trovare i biglietti a prezzi ragionevoli, fare le valigie, mandare avanti il lavoro, eccetera. Feci quel che potei, ma non riuscimmo ad anticipare la partenza. Saremmo arrivati a Ezeiza alle nove del venerdi sera. Lì ci avrebbe aspettato un taxi per portarci a Mercedes. Altri centottanta chilometri (uno o due ore) e saremmo giunti infine a casa dei miei.

 

V.

 

Durante il volo dissi a Cristina tutta la verità. Il sandwich pietoso aveva come obbiettivo di salire sull’aereo, era solo un inganno a orario. A novemila piedi di altezza non era più necessario mentire. Dove poteva andare la poveretta? Che poteva succedere se le dicevo la verità?

 

Accadde il peggio; a Cristina venne un attacco di nervi.

 

-         Tremila quattrocento euro più le tasse!- gridava in piena notte, con l’aereo a luci spente- Com’è possibile che stiamo buttando questi soldi solo perché tua madre è pazza?!

-         Non è pazza, Cris- tentavo di calmarla io-. È solo una madre speciale. Non ha mai sbagliato un vaticinio, mai in tutta la sua vita.

-         Stiamo buttando via i nostri risparmi!- ululava lei, fuori di testa, mentre i passeggeri ci zittivano o si spaventavano- Come puoi credere a queste cose?

-         Credo a quel che vedo, Cristina. Non mi importa se è soprannaturale. Io sono incapace di credere che un aggeggio come questo possa volare con duecento persone a bordo, però ci salgo.

-         Non è lo stesso!

-         Si è lo stesso. Mia madre vede il futuro, non sbaglia mai. Ho visto cadere aerei, ma la mia vecchia non ha mai fallito.

 

Mia moglie mi guardava con odio, come sempre quando ho la meglio nelle discussioni.

 

-         Ti dico solo una cosa- mi sussurrò, puntandomi contro un dito-: se tuo padre non muore,           

      scordati di me. E della bambina. Ti conviene che tuo padre muoia oggi.

 

Due hostess si scambiarono un’occhiata. Le vidi bene.

 

VI.

 

A Ezeiza non ci scambiammo una parola. Restammo mezz’ora come due imbecilli guardando scorrere le valige sul nastro, a braccia incrociate, in un silenzio spaventoso.

 

Alle 22.04 salimmo sul taxi che ci avrebbe portato a Mercedes. Dissi al tassista di fare il possibile per arrivare prima di mezzanotte. Fu un viaggio faticoso, al buio, e non potei ammirare quel paesaggio che non contemplavo da quattro anni. La pianura…. Era tanto che non vedevo un orizzonte vero, con le sue mucche che pascolavano lente e placide.

 

Quando attraversammo Flandria mi venne voglia di piangere. Era mezzanotte meno un quarto e stavo tornando a Mercedes per seppellire mio padre. Uno smette di essere un bambino quando muore suo padre, pensai. Non prima. Avrei voluto che Cristina mi avesse abbracciato, ma lei continuava, con la faccia da culo, a guardare dall’altro lato.

 

-         Entri in Via Quaranta, dopo la rotonda- dissi al tassista, che era di Buenos Aires.

 

Allora riconobbi il mio quartiere, le case dei miei amici, i negozi chiusi, i motorini con ragazzi sconosciuti sopra. La penombra di sempre, le stesse buche. Il tassista seguiva le mie indicazioni, perché non conosceva Mercedes. Gli dissi di passare per l’Avenida Ventinove e di proseguire fino alla Trentacinque, e poi a sinistra.

 

Lo scontro avvenne proprio lì, all’angolo tra la Trentacinque e la Quaranta. Mio papà veniva a piedi da casa di un cliente. Il tassista si era voltato per chiedermi a che altezza svoltare e non lo vide attraversare. Lo prendemmo in pieno, all’altezza del fianco.

 

Hernan Casciari


di Claudia Formenti (traduzione)
22-09-2009
 
Hernan Casciari
 
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