In memoria dei miei occhiali
I
Uscii in fretta da Montecitorio. Quando fui fuori mi resi conto che non avevo pensato al tempo, era nuvoloso, anzi piovigginava. Attraversata la piazza davanti al Palazzo si mise a piovere. Roma trasudava soffocata da una cappa d’umidità. Tipiche giornate di fine aprile. Da lì dovevo arrivare a via del Plebiscito, ci si impiega sette, otto minuti andando a piedi con passo svelto. Il tragitto ormai lo conoscevo bene: si passa per viuzze e piazzette bellissime e poi ti si apre la strada, via del Plebiscito, sempre trafficata, battuta senza sosta da auto blu e mezzi pubblici. Siamo al centro di Roma, sotto Palazzo Grazioli. Là dovevo aspettare il ritorno a casa di B., pronta a raccogliere le sue "preziose" dichiarazioni.
Avevo tutto il necessario con me: il taccuino, la penna e il registratore. Dell’ombrello non ce ne era più bisogno, non cadeva più una goccia. Ma intanto i miei occhiali si erano bagnati, le lenti si erano sporcate e non riuscivo a vedere bene. Figuriamoci! Io non sopporto neanche una piccola sbavatura di vapore sulle lenti. Quindi me li tolsi.
Non potevo mettere gli occhiali, ma dove li infilavo? Non avevo la borsa, l’avevo lasciata in redazione, perché in queste situazioni mi è d’intralcio. Non avevo neanche il giubbino o la giacca adatta, cioè erano senza tasche. O meglio, l’impermeabile corto, che portavo addosso, aveva due taschini ma piccoli e senza chiusura. Allora appesi gli occhiali al collo della camicia. Certo la montatura, che era abbastanza ingombrante, mi dava fastidio.
B. tardava e non c’erano altri giornalisti, così iniziai a parlare con il portiere di Palazzo Grazioli. Mentre chiacchieravo pensavo a dove posizionare gli occhiali in caso di inseguimenti: se la macchina non si fosse fermata e B. avesse deciso di fare un po’ di shopping, sarebbe stato un problema. Mi rimproverai per non aver preso la borsa.
Passati un ventina di minuti si presentò davanti al cancello anche un’altra cronista. Qualche minuto più tardi ecco che ci avvisarono: "B. sta per venire". Cavolo! Dove incastravo quella montatura così ingombrante? E poi mica potevo perdere tempo così, mi dovevo preoccupare di B.: sistemare il taccuino alla pagina bianca, scappucciare la penna, accendere il registratore.
L’anticipo, il furgone e la sua auto già si vedevano, avevano imboccato via del Plebiscito e in un secondo sarebbero stati di fronte all’entrata. Ancor più veloce di loro fu, però, la mia mano che spostò gli occhiali dal collo della camicia alla "quasi tasca" del giubbino per poi riafferrare la biro. La "pattuglia" avanzava. Di solito non rallentavano mai perchè frenavano direttamente, ma quella volta il piede degli autisti non si mosse dall’acceleratore e sfrecciarono davanti al palazzo.
II
Iniziò il mio inseguimento alle auto blu, dirette verso Largo Torre Argentina. Correvo veloce, correvo veramente, come quando non riesci più a capire su quale piede ti appoggi e sembra di avere al posto delle gambe una gigantesca ruota. Insomma “pistavo”. Intanto cercavo di non abbassare lo sguardo dalla preda e pensavo chissà i miei occhiali, mi saranno ancora rimasti in qualche modo attaccati oppure no. Ma ad un tratto quella sorta di corteo, che quasi mi ero persa tra le lamiere di tutti i tetti scuri delle macchine nel traffico, accostò al marciapiede e B. uscì. Aveva voglia di fare shopping. In fretta attraversai la strada per raggiungerlo e una volta arrivata non sapevo dove mettere le mani, non in senso figurato: avevo l’istinto di tastarmi là dove avevo lasciato gli occhiali e allo stesso tempo, però, non volevo scoprire quale fosse stato il loro destino.
Alla fine prevalse l’istinto e andai con la mano ben aperta a toccarmi il fianco destro, scoprì una sacca di vuoto. Gli occhiali non c’erano più. Mi dissi "va bene, ora devo concentrarmi sul lavoro, su B. e poi vedrò di recuperali". Magari erano finiti al lato del marciapiede e per pochi minuti non gli sarebbe accaduto nulla. Passò un quarto d’ora buono, poi B. rientrò nell’auto e in un batti baleno nella sua residenza romana. A quel punto io fui libera, o forse obbligata, ad andare alla ricerca degli occhiali perduti.
Era un bel modello, con la montatura in acciaio e con i lati rialzati verso l’alto e ricoperti da brillantini. Il tutto firmato Dolce e Gabbana. Costarono una cifra e avevano poco più di un anno. Ricordo che quando li comprai appena fuori dal negozio, provai ad immaginare di infilarmeli e immaginando questo momento fantasticai su tutti i momenti importanti in cui avrei ripetuto quel gesto. Credevo fossero gli occhiali giusti, e me ne rallegrai quasi come farebbe un calciatore per i suoi scarpini nuovi.
Avevo paura di trovarli spiaccicati per terra, frantumati. Una visione quella che mi terrorizzava davvero. Ma non ci fu rischio, gli occhiali non c’erano: spariti come se non fossero mai esistiti. Percorsi due volte il marciapiede dove avevo accelerato i miei passi, dove se erano scivolati, come era accaduto, dovevano stare. Però niente. Eppure avevo guardato con attenzione, mi ero anche fermata più volte per vedere meglio e non vedere nulla.
Certo ne avevo combinata una grossa, ma non mi sentivo turbata, tutt’altro. Mi pareva stranamente di essere più leggera, più libera. In realtà non avevo voglia di andare ad analizzare bene dove erano finiti, perché ormai erano finiti. È stato come se la mia strada e quella dei miei occhiali ad un certo punto si fossero divise. Due destini che si incrociarono sul banco di un ottico di provincia e che poi si separarono in una via del centro di Roma.
Telefonai ai miei per dare la notizia e mentre spiegavo quel che era successo provavo un gran piacere. Ho continuato a raccontarlo per tutto il giorno a tutti quelli che conoscevo. A loro dicevo semplicemente che avevo perso gli occhiali. La gente mi stava a sentire e ascoltava come se mi fosse capitata un bella seccatura, io invece avevo voglia di sorridere. Dopo un po’, in realtà quasi subito, mi meravigliai di me stessa, di questo brio insensato. Insomma avevo buttato in mezzo alla strada un paio di occhiali belli, nuovi e costosi. Perchè? Beh forse avevo voglia di un modello nuovo, in fondo non mi piaceva quella montatura così importante e poi erano un po’ troppo grandi per i miei occhi. C’era anche una ragione più valida, magari era la volta buona per decidermi a provare le lenti a contatto, pensai che si trattava dell’occasione giusta per rompere il tabù delle lentine.
III
Dopo due settimane ho comprato dei nuovi occhiali, montatura Dolce e Gabbana con le stanghe in celluloide larghe e rosse. Decisamente un modello più giovanile e in armonia con il mio viso. Dopo un mese sono finalmente riuscita ad avere le lenti a contatto. Le metto e levo con estrema facilità e mi piace tantissimo portarle. E dopo qualche tempo mi sono anche resa conto dello spirito che mi portò quel giorno ad abbandonare i miei ex-occhiali.
Quei vetri incorniciati nell’acciaio allora mi si mostrarono con tutta l’aggressività che possono avere le cose. Provai repulsione, nausea, per un corpo esterno che era fatto per starmi addosso, anzi sugli occhi. In quel momento ne valeva la mia indipendenza, ma non solo. Ero eccitata dal fatto che qualcosa di così sempre presente fosse poi scomparso nel nulla. Mi veniva da ridere come fanno i bambini quando rompono o nascondo qualche oggetto, magari anche un amato giocattolo. Ho ragionato molto sul motivo che mi ha portato ad ucciderli e questa è la conclusione che ho trovato.
E ora, proprio ora, mentre sto scrivendo, direi che dietro al gesto di ribellione, c’ era anche un bisogno: una risposta a comportamenti primitivi, a riti di passaggio. Forse volevo semplicemente ricordare per sempre quel momento, celebrandolo con il sacrificio dei miei occhiali, dei miei scarpini.
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