Il citofono suona. “Un minuto e scendo”. Come al solito non sono pronta. Sarà un difetto genetico, perché mai una volta, anche se mi impegno, riesco ad essere puntuale. Scendo i gradini in fretta per recuperare qualche manciata di secondi. Apro il portone e i raggi del sole che mi investono sembrano cocenti: è la prima giornata di primavera dopo un inverno rigido e avevo quasi dimenticato la sensazione di essere coccolata dalla luce.
Eccola lì. La mia combriccola mi attende alla fine del viale e nessuno, per fortuna, si lamenta del folle ritardo, credo che ormai abbiano gettato definitivamente la spugna con me!
Ingoio aria fresca mentre chiacchiero freneticamente e i miei capelli sciolti svolazzando mi coprono gli occhi. Siamo già in viaggio? Il mio sguardo accigliato in cerca di conferme, si sofferma a guardare lo specchietto retrovisore che non mente mai: casa mia si è talmente rimpicciolita che non si distingue neppure. Siamo partiti, insomma. Chiacchiere e musica ci intrattengono per quel breve tratto in macchina, ma oggi sono particolarmente distratta. Non riesco ad ascoltare ciò che mi si dice, sono troppo frastornata ed eccitata, come un bambino nel tragitto per arrivare al luna park.
Adoro viaggiare, mi sento come se fossi accolta da una nuova dimensione che non voglio solo attraversare ma vivere. Catturo tutto ciò che posso con lo sguardo e me lo stampo in testa finché ci sarà posto.
Di colpo mi accorgo che stiamo varcando la soglia marcata da un cancello cigolante e che i nostri pneumatici scorrono su una terra diversa dalla solita lingua di asfalto nera. Rimango rapita dal posto incantevole che abbiamo raggiunto: una distesa di ulivi rigogliosi ci circonda a perdita d’occhio e s’intravede un’abitazione di campagna. “Finalmente siete arrivati!” sentiamo gridare da una finestra dietro la persiana in legno dipinta di verde.
Non c’è dubbio: siamo arrivati. Baci e abbracci; neanche il tempo di salutarci e già ci ritroviamo a rincorrere un pallone da calcio. Il polverone che abbiamo alzato si sta adagiando nuovamente sul terreno; noi sudati e con i visi rossastri dalla fatica continuiamo a sfidarci con sempre meno forze in corpo. Una gocciolina d’acqua scivola dalle mie labbra fino a formare una macchiolina scura sulla maglietta gialla; è bastato un solo bicchierone riempito sotto il rubinetto a farmi sentire come nuova. Solo il tramonto, che ha risucchiato con sé la luce, lasciandoci al buio, ci ha convinto a fermarci.
Il riverbero della luce dei fari sul vetro della porta finestra ci avverte dell’arrivo degli ultimi componenti della combriccola. Siamo tutti! Il tavolo ovale attorno al quale ci siamo seduti per la cena era inconsapevole del fatto che avrebbe assistito ad una serata memorabile. Parole, risate e grida rimbombano nella campagna circostante, ma noi non ce ne preoccupiamo per niente…stasera è la nostra serata! Si beve, si mangia, e si beve ancora. Sono sempre stata convinta che la musica trasforma l’atmosfera, ma stavolta ha fatto molto di più: è stata complice a tal punto da riuscire a trasformare anche noi.
Trenini scalmanati, schiamazzi di felicità, grandi sorrisi e tanta spensieratezza. Ogni gesto si incastra perfettamente con quello successivo, ogni sospiro è il continuo di quello della persona accanto. Abbiamo danzato in maniera scatenata per ore, sembravamo un gruppo di indiavolati! Non so spiegare cosa ci è preso quella notte magica, non so cosa ha contribuito a permetterci di lasciarci andare in quel modo. L’unica convinzione che ho è che quella notte la nostra combriccola è cambiata: le amicizie si sono intrecciate, i nostri rapporti si sono consolidati e siamo evoluti in un incastro perfetto e, oramai, imprescindibile.
Suonano tre rintocchi. E’ inevitabile non rendersi conto che già sono giunte le prime ore del mattino del giorno seguente. Cominciamo tutti ad accusare la stanchezza, lo si nota dal colorito insolito delle nostre faccette. Ci raccogliamo intorno ad un tavolino basso, nello studio mai stato così gremito prima d’ora. Ogni poltrona è occupata. Sotto qualche coperta, condivisa amichevolmente col proprio vicino di posto, la serata prende un nuovo, ma stimolante, risvolto. Il cerchio che involontariamente abbiamo costruito diviene l’unico luogo al mondo dove poterci scambiare le nostre confidenze più intime. L’energia che ci siamo scambiati avrebbe potuto sollevare qualsiasi cosa.
Teste a penzoloni sono l’inconfondibile segnale del fatto che incombe il termine della giornata. Ognuno trova rifugio in un angolo della casa. Le mie palpebre assonnate sembrano pesanti come macigni, ma cerco di resistere perché sono insaziabile, vorrei avere le forze per non smettere di vivere questa serata! I primi che cedono al richiamo della notte vengono ferocemente redarguiti da qualche sprazzo di pazzia residua: uno di noi strimpella al pianoforte, giusto per svegliarli. Le parole si fanno però sempre più difficili da pronunciare. L’attenzione cala. Il buio. Si dorme.
Al mattino il solletico del sole mi risveglia piacevolmente. Mi accorgo di essere rimasta l’ultima ancora accovacciata nel letto. Guardo l’ora e naturalmente le lancette mi indicano, per l’ennesima volta, che è tardi. Gli altri sono già pronti per ripartire. Mi vesto velocemente e non faccio nemmeno colazione. Mi presento al cospetto di tutti e dichiaro ufficialmente le mie scuse per essere, come al solito, in ritardo. Saluti e baci. La portiera della macchina sbatte forse troppo violentemente. Si torna a casa.